Tutte le news!
   
Text Size

Storie di uomini sul fondo - Un film di Fredo Valla

sottomarino.jpgPola, 30 Gennaio 1942.

L’intermittente suono di un sottomarino apre questo documentario – film di Fredo Valla.
Poi il mare, ondivago, screziato dall’acqua. E’ il mare istriano, freddo come quarzo, profondo come una madonna. Quasi l’acqua che scende dal cielo sembra una coperta che sia stata adagiata sul mare. Tant’è che non si riesce a distinguere l’acqua del cielo da quella marina. Dei fiori. Buttati sull’acqua da una donna dimessa, grigia. Una fine silenziosa, buia come il mare quando rapisce i sentimenti e li chiude sotto centinaia di tonnellate di acqua. Per non lasciarli andare più via.

Il 30 gennaio del 1942 il sommergibile italiano Medusa viene affondato durante un’esercitazione da un sommergibile della Royal Navy britannica.

Si spezza in due come un tronco di acero. Come se un bambino lo avesse schiantato con un braccio cieco. Precipita sul fondo lentamente. Quattordici uomini sopravvivono all’impatto e restano rinchiusi dentro il locale lancio di poppa.Con scarso ossigeno per tutti. Si scatena fuori la bora, quel vento che proviene da un nord artico, capace di correre ai cento all’ora. E’ un vento che porta anche pioggia e, poi, neve. Un clima lupesco, adatto più agli animali con il pelo che ai cristiani.

La Marina Italiana organizza il salvataggio ma deve combattere contro il tempo atmosferico che non lascia intravedere inganni.

E’ troppo netto, metallico nella furia che si scatena all’improvviso. Sembra recare dentro di sé un disegno illogico ma razionale.
Un pontone accorre sul luogo. Caracolla come un elefante colpito da dardi che lacerano e trapassano la sua carne spessa. I palombari non riescono ad agganciare i cavi con cui imbragare il Medusa.
Non si riesce a fare nulla per quei quattordici uomini perduti sul fondo. Non abbandonati. Ma subiti dagli altri che non hanno i mezzi per affrontare una situazione imbarazzante come la montagna quando spazza via gli uomini. E’ inutile, tanto non ne vorrà sapere.
Una tragedia umana. Silenziosa, però. Quasi avvolta da un velo di rispetto, e dolore trasmesso a pochi italiani.

Pola era una città che rideva. Con al centro un’arena grande come una città. Erede dei romani.

Piena di donne brune che incantavano, e dove si parlava una lingua italiana ancora pura come un cristallo.
Il cuore dei Polesani si sarebbe poi rotto in mille atomi dispersi per il mondo.
Fredo Valla costruisce documentari che non lo sono. Crea film dentro i documentari. Il montaggio è eteroclito. Ha unito film dell’epoca, interviste ai marinai di altri sommergibili, animazioni per far comprendere appieno come fu la tragedia silenziosa dei quattordici scomparsi.
E’ difficile definire documentario una pellicola così umanizzata tanto da farle perdere i contorni di quello che vorrebbe essere.
Fredo Valla ha dentro il sembiante di uomo delle montagne un’anima da maieuta.Riesce a far parlare le persone comuni come grandi attori.
Ne Il vento fa il suo giro, un grande film ambientato nella montagna più realistica, aveva spinto in maniera impercettibile le persone comuni a divenire attori maxiespressivi.
Questa la sua capacità. Imprimere a volti comuni, segnati dalla vita e dai sentimenti, una espressività che non conosce scuole né accademie. Soltanto il dolore, o la sapienza della vita.

I visi dei marinai sono visti in modo ravvicinato. Riempiono la telecamera con i loro difetti e la vita tracciata nelle rughe della pelle.

L’effetto è uno straniamento fascinoso. Un viaggio che parte con le stimmate del documentario storico esercita un’attrazione limitata. A certe persone che amino la storia, oppure a chi è interessato a quei paesaggi, all’alto Adriatico. Solo che accendere questo lungometraggio – il termine non regge l’effetto ma è sinonimico – significa trovarsi dentro il sottomarino. E provare un dolore silenzioso, sapere che non si riuscirà in qualche modo a salvarli. E’ una percezione mai nitida. E’ una sensazione impalpabile come seta. C’è da subito e la senti nell’aria. Ma non riesci a liberartene.

La cifra di Fredo Valla è comunque tipica. Sente le storie e le trasforma.

Non si limita a viverle sul video o a fare in modo che altri possano riviverle. Ci mette in più qualcosa che va dentro alle immagini. Sembrano tutte trasfigurate da un materiale che probabilmente è solo lui a secernere.
Provate a guardare questo film e dite se poi non possiede lo stesso respiro strano, attonito che c’è dentro Il vento fa il suo giro. E’ come se avesse un occhio nuovo con cui vedere le cose dall’inizio. Ma da una prospettiva diversa. Più secca, svuotata forse di qualunque manierismo, asciutta come un baccalà.

Anche in questo c’è del nuovo. L’asciuttezza stilistica di Valla. Non indulge sui sentimenti. Quuasi sembra non volerli sentire se non in modo brusco, schietto.

Come il vino quando pizzica.Non c’è tremolio sentimentale, ecco. C’è epopea interiore, un forte risucchio emotivo tenuto a bada in modo che la cinepresa stia sempre dentro il cuore. E’ difficile trovare le parole adatte. Ma Fredo Valla non è un regista in senso classico. E’ un essere senziente, dotato di una ricettività naturale per percepire una quinta dimensione delle cose e delle persone. L’immagine iniziale del mare è inquietante. Ma non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ha pensato ad una musica surreale, che bacia benissimo quei paesaggi.Una colonna sonora quasi fisica. Un mare d’inverno anche nelle orecchie.
La concatenazione degli effetti speciali con le fotografie dell’epoca – virate di seppia pura - , gli ambienti di oggi dove Pola è stata derubata dell’anima italiana, ed i visi umani delle persone, costituiscono un insieme che non si spezza neanche una volta.

Incredibile come un documentario si trasformi dentro gli occhi in un film.

E’ come assistere ad una muta stando in poltrona. Con un senso di straniamento che non ti spieghi. Sarà che quei volti nelle foto appaiono come vivi. Anzi vivissimi, con occhi che penetrano, e sorrisi genuini, appena colti dall’obiettivo in una freschezza incorrotta.
Tante sensazioni in appena sessantadue minuti.C’è bisogno di una sensibilità un po’ nirvanica per creare un assemblaggio così nobile. Il pericolo poteva essere anche quello di indulgere alla oleografia, o allo scadimento storico. Una sorta di rilettura in chiave personale di certi avvenimenti di morte. Non c’è mano personale. Non c’è dito di uomo,negli eventi che vengono narrati in forma sequenziale.
C’è il mare, davanti a tutti.Azzurro scuro, pastoso, del colore del vino come avrebbe detto Sciascia. Solo che il mare istriano è profondo come un ventre di donna primigenia ed ha una freddezza chè neanche un incrociatore di metallo.
Un ammasso di carne e metallo diventerà quel sommergibile. Che quando viene tirato su è talmente marcio da non riuscire neanche a tenere dentro di sé quei quattordici corpi scarniti dall’acqua.Si perderanno in mare, ma in un punto preciso. Laddove dei fiori gialli come zafferano maturo verranno lanciati a colorare un’acqua piena di echi.
Non c’è posto per un grido silenzioso. E’ questa l’impressione. Un silenzio pieno di metallo e lacrime. Sale e ferro. Poi, tanti ricordi. Far rivivere Pola, anche soltanto per un attimo per quando era italiana, è stata una grande emozione.
Resta non ulcerante la tragedia. Resta in superficie, forse per una scelta volontaria, la commozione per quelle quattordici anime giammai abbandonate. Ma rimaste sul fondo del mare. Dove la luce non arriva e dove il freddo è qualcosa che non ti spieghi.

Non c’è passaggio né il prolungarsi delle descrizioni sul momento finale della morte. Lì si passa in modo naturale, non ci si accorge chè son morti.
Non ci si accorge che la morte è arrivata.
La fine è un aquilone che balla dentro il vento.Una libertà conquistata da chi morì per fare in modo che certe acque continuassero a restare nostre.
La morte trasmutata in poesia. In leggerezza. La commozione non si avverte perché la morte non sceglie l’abito bianco. Della tenerezza. Ha bisogno di una grisaglia composta, di fattura misurata. Non piange ma lascia intravedere un traffico interiore tremendo. Forse è per questo che ogni film di Valla cerca nella fine liberatoria, e d’aria, una fuga via da ciò che in vita dobbiamo infernalmente subire.

Storie di uomini sul fondo – MEDUSA – Un film di Fredo Valla
Durata 62 minuti – Dvd 2008.

Carrello Libri di Scuola

Carrello Libri Generici

Il carrello è vuoto.

Login Carrello