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Il pane di ieri - Enzo Bianchi

9788806194888.jpgEnzo Bianchi è il priore di Bose, un luogo aprico dove ha fondato una comunità. Veramente è un uomo che ha creato un’idea esplicitamente diversa della vita. Un’idea a cui il mondo sta in questi tempi cominciando a volgere la prua. E’ la via del ritorno. Verso la semplicità e tutto ciò che di più vivo possediamo dentro di noi. Bianchi traccia così un ritratto dei suoi anni nel Monferrato. Un salto quantico all’indietro e compiuto con la razionalità lucida della saggezza. C’è una scrittura soltanto che la mano umana può usare per la semplicità. E’ quella del cuore o quella dell’amore. L’unica in grado di vincere anche la morte. E’ la freccia acuminata che ci portiamo dietro fin dalla nascita. Una capacità enorme di amare. Lo dice Bianchi, verso la fine di questo libro che non è un breviario laico ma un ricordo della campagna e della vita che ci stava dentro.


Bianchi – oggi – scrive articoli di passione e “redenzione” intelligente su le pagine de La Stampa. Il termine redenzione non vuole essere usato nel senso semantico preciso che gli appartiene. I suoi sono articoli con cui ci fa vedere – senza pietà ma con tatto – quanto è divenuta spoglia, e magra, la nostra vita.
Non avere tempo, oggi, è divenuta una cifra comune. Un senso smaccato degli affari, ed una ricerca della felicità soltanto economica, è divenuto un modus vivendi capace soltanto di sperperare quello che ci appassiona di più. I soldi non danno la felicità, anche se rendono più calmo l’uomo nervoso. D’accordo. Girarsi  a cinquant’anni ed aver realizzato di aver sempre corso intorno ad un punto senza potersi fermare neanche un miserrimo battito di ciglia, vorrà dire anch’esso qualcosa.
Comunque Bianchi ci dà pezzi carnosi della sua vita di bambino e ragazzo. Finestre attraverso cui guardare ad una vita che continua ancora oggi nelle campagne del Monferrato, anche se le condizioni sono cambiate. Il ricordo della veglia e della bagna couda ( si legge cauda) sono due lucciole misteriose per noi, oggi. Però continuano a brillare come isole accese nel buio.


Vegliare insieme era un rito, un modo per stare tutti insieme davanti al fuoco lasciando che i vecchi contassero le storie. Si ascoltava e si combatteva una solitudine tremenda, capace di farti sentire più freddo di una nevicata fuori.
La solitudine è un male che ritorna. Nelle campagne – durante la guerra – faceva un sacco di male alle persone e creava una depressione che non si poteva denunciare. Non era il tempo per far sapere agli altri un male così atipico, fuori dalla patologia classica, percettibile dagli altri. Giuseppe Berto, in un libro sfolgorante e senza punteggiatura perché più bello, lo chiamerà il male oscuro.


Come le notti di dicembre quando la sera scende subito ed è bello stare insieme davanti ad un fuoco acceso. Chi era reduce da una malattia o da un dispiacere troppo forte non si faceva vedere e si lasciava dormire con la testa sulla tavola, il bicchiere pieno di un vino denso come sangue, ed una radio che scaricava una musica incrinata dagli altoparlanti piccoli.
La veglia era anche un modo per raccontare le storie. Quelle dove la vita non ha un protagonista perché ne siamo tutti. Ed un modo per imparare tipico di chi ascolta molto e parla poco. Soltanto quando è necessario. Oggi vegliare insieme è una tradizione che si è persa. E con lei è svanito un incanto che non era soltanto contadino, ma più antico, un fenomeno di aggregazione collettiva di stampo sapienziale. Attraverso le voci dei vecchi, le storie andavano di anima in anima, senza tema di perdersi nel vento come coriandoli al carnevale. Un fenomeno di memoria e conservazione famigliare che si è estinto. Oggi quella cultura è presente soltanto nei libri ma è davvero una grande, cocentissima perdita. Le storie si animano e diventano vive quando si raccontano oralmente. Ecco perché, forse, il libro ha qualcosa in più, e qualcosa in meno, rispetto alla tradizione orale.


Ecco perché, per Bianchi, essa è così importante. Perché ci ha vissuto dentro, in un’era in cui parlarsi era l’unico sistema per scambiarsi un dono. Anche qui la parola detta, o scritta, ha una forza prodigiosa. Fanno più le parole di una piena impazzita, a volte. Anche perché le persone vivono delle parole. Perciò il rito della bagna couda è così importante, così decodificante per la gente di allora. Mangiarla insieme significava far propria la vita degli altri. Bianchi ci dice che il cibo è, se visto davvero per l’importanza sostanziale che ha, un modo di voler bene agli altri. Anzi, più precisamente, di dire ti voglio bene. E’ strano sentire una cosa del genere, oggi. Fa specie se la vedete sotto l’ottica di un hamburger o di un fast food. Eppure pensate alla portata forte ed incontrollabile assunto da certi fenomeni del tipo Eataly e, prima ancora, Carlin Petrini. E’ il segno che le persone stanno cominciando ad agognare un ritorno indietro che la vita di oggi spinge a ricercare. La massificazione, la demolizione dei sentimenti, e la realizzazione di una società dove tutto viene moltiplicato in velocità, stanno facendo comprendere che l’anima dell’uomo comincia a cedere. Ha sempre più sete dell’antico, di ciò che dà solidità. Un fuoco, una pietanza cotta bene e con passione, ingredienti sapienti che provengono dall’orto coltivato da sé. Questa è la vita, non capace di bastarsi, ma in grado di dare una pienezza che faccia stare bene.
Bianchi ha una scrittura tranquilla. Uno sguardo di chi ha visto molti diavoli danzare nella pioggia, davanti a sé. Una rara capacità di rifarsi dal nulla. Una grande riconoscenza per chi gli ha dato i natali e per la terra sincera da cui viene. Quel Monferrato onusto di vini e sole quando l’estate brilla sui filari, gli è rimasto appiccicato addosso. Dentro la sua vita però c’è un posto piano, pulito, dove stanno in fila ordinata come tome curate tutti i suoi ricordi. Quelli dei maestri di vita. Ed è curioso che quelli più preziosi siano legati a gente umile, a persone semplici. A parte il dettato evangelico per cui dei semplici è il regno di Dio, va detto – senza retorica alcuna – che è di costoro, soltanto, l’insegnamento. Le persone più umili sanno vivere di poco. Non hanno bisogno di portare maschere sopra la faccia per celare i propri sentimenti. La loro arrendevolezza è forza se si pensa che non hanno nulla da perdere. Due ritratti sono lucidi nella memoria ed insegnano tantissimo. Le campane che rintoccano per la madre che sta morendo, e che gli dice come potrà fare di più dall’alto che in terra, rappresentano un ricordo pesante da accettare. Come un veliero che si inabissa. Se non ci fosse un comandante come Bianchi a reggerlo in perfetta comunione. Quest’uomo ha scritto 114 pagine di sé stesso, con una penna antica, sicuramente a mano, capace di far sentire l’odore delle acciughe per fare la bagna couda, e capace anche di insegnare la via per compiere un ritorno oggi divenuto nuovamente possibile.
Non si è speciali perché si è capaci di affrontare l’urto dell’onda quando si chiude sopra di noi a serramanico. Ma piuttosto, quando si è capaci di danzare – ogni giorno – dentro la pioggia.

Scritto da Alberto Pezzini

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